domenica 15 luglio 2018

Sketches from Aragabaal - Nevertheless (2012)

Nel sogno di questa notte, mi trovo in un grande studio minimalista insieme al discusso architetto Le Corbusier. Stiamo ascoltando un disco, mentre io bevo un caffè su un divano di pelle bianca e lui rifila con una taglierina alcuni grossi cartoncini su un piano di lavoro.
"Che roba è questa lagna?", chiede lui.
"La musica, dici? È Alchemy dei Third ear band, uno dei miei dischi preferiti in assoluto".
"Se questo è uno dei tuoi preferiti... m'immagino gli altri".

Chi ancora pensa che l'unico gruppo degno di fregiarsi dell'etichetta "dark psichedelia D.O.C." siano i Doors, dovrebbe dare una rispolverata al tremebondo unico parto discografico dei Montgomery Chapel, The Search party. Che è un po' il mio album feticcio, almeno quanto poteva esserlo l'esordio dei Godz per Lester Bangs. Disco che suona come una nidiata di serpenti che brulica tra i cocci d'uovo in una mattina di obscuri postumi e gasolini aftermaths, e ricordiamoci che stiamo parlando di qualcosa che all'epoca aveva la pretesa di passare sotto l'etichetta di "christian rock"! Ma, l'avrete intuito, se qui dentro c'è un dio... beh, deve trattarsi piuttosto d'una qualche antichissima divinità assiro-babilonese, un tiranno atavico e senza forma autogeneratosi dall'imbottitura irregolare dei cuscini di H.P. Lovecraft.

Anche Anthem of the sun dei Grateful Dead è un disco che vive di allucinazioni oblique dal forte alito mistico marciscente. Tuttavia, quelle vecchie iene dei Dead sono riusciti ad inserire tra i solchi pure molto sole, forse a giustificare un titolo di tal fatta: un sole non del tutto morto (non ancora "dark star", insomma), ma neppure nella miglior forma. Un sole invernale, un sole strizzato in una gelatina di nuvole, un sole da grossa botta lisergica nei boschi dopo che Miles Davis e John Coltrane han girato per tutta la notte incessantemente sul piatto come un rotore da kebab sezionando in filamenti finissimi spore aliene d'amanita muscaria. Anthem of the sun è ancora oggi in grado d'accendere sotto le scarpe dell'incauto ascoltatore un tapis roulant diretto verso questa zona boschiva dove i raggi filtrano tra le foglie mosse dal vento e i ciuffi d'erba sono macchiati dalle eiaculazioni flamencate dell'alba, dove il lezzo delle cortecce fradicie si solleva come un canto di guerra, dove improvvisamente appare chiaro che chi ha costruito quelle grandi navate di cattedrale, in Francia, in Inghilterra, in Italia, decorandole con luminescenti vetrate policrome, ecco, doveva trovarsi in una posizione assai più privilegiata della nostra per percepire la presenza del Grande Architetto Cosmico. E probabilmente per temerne il giudizio.

Gli Sketches from Aragabaal non hanno smesso per un istante di bagnarsi con religioso rispetto in quelle acque partorite dal monte Lalesh, dirimpetto ai boschi di cui sopra, sull'uscio dei templi dei Maestri. Come a seguire un preciso copione, hanno incensato -con mazzi di nag champa satya sai baba- e venerato le grandi orme lasciate dai santi sulla mota argentina. In una perenne alba di liuto e clavicordo han vezzeggiato e cavalcato le tigri sacre, circumnavigato i pinnacoli della notte e fatto ritorno all'accampamento con carniere ricolme di accordature in re minore. A comprovare la qualità di questi risultati, sia sufficiente attorniarsi di candele e far girare il loro settimo album sul piatto (Nevertheless) e dunque attendere l'arrivo di tutti i gatti neri del quartiere: da sempre, difatti, i gatti neri non si spostano mai senza un motivo di soppesata solferosa sostanza.

Da notare poi la strumentale bonus track di 5 minuti nascosta in coda all'ultimo brano dichiarato: idea eccentrica, considerato che è presente solo nell'edizione LP. Osservando il cerchio vinilico, quei trenta solchi sgombri non passano inosservati neppure all'occhio meno esperto, svelando anzitempo la burla e azzerandone di fatto la sorpresa. Riducendo inoltre la durata "suonata" del lato B a soli dodici minuti effettivi.

Ma va da sè: qui ogni cosa ha un senso. Noi, umili ascoltatori, forse non sempre.


Tracklist:
1- Roundabout
2- Two sunrises a day
3- South side of nothing
4- Flat earth fish
5- Story of Henry Cow
6- Canned heaven  
7- Darkly moodswings

venerdì 29 aprile 2016

Albino Curtains - Black Plants + Spores (2013)

RetroNoir: come a dire, il recupero di un'antica tradizione. Di una moderna anticaglia. Un volo radente in cui la qualità dei singoli elementi tiene unita la mescolanza d'intenti, il gioco pindarico, e Signore salvaci una volta per tutte dal vintage e dai suoi derivati peripatetici. Le dodici cover degli Albino Curtains sono una questione coraggiosa di caos al quale viene applicata una delicata mascherina d'ordine, un boccaglio ad ossigeno. Imbastarditesi strada facendo -ma questo è d'obbligo- nella risalita che dalle cantine va su su verso gli astri, strafatte dallo sbalzo d'atmosfera e da null'altro. Con quel gutturale senso d'appagamento delle belle cene in compagnia di pochi amici, molto vino, una generica fiducia in un domani che, però, non c'è. Si vive in un sogno qua, e il tempo è ridotto ad un nèo sul viso della signorina Notte. E sfido chiunque a dire che questo Black Plants non sia un disco di proprietà della Notte: se ci si sporge oltre le foglie livide di quella sansevieria obscura in copertina è facile che ci si ritrovi direttamente tra le sue cosce, lì dove le canzoni stesse se ne stanno acciambellate come gattini sporchi di fuliggine. Aliti che si frammischiano alle sacre umidità delle sei e trenta, in quell'imbuto di vetro che dovrebbe portarci verso l'alba. L'alba però non c'è. Il sole è un tuorlo d'uovo bianco sparnazzato da punte di forchette goffe, ma sempre dietro alle ultime colline, oltre i centodieci condomini di questi margini cittadini senza bordi. Periferie-penisole che son quasi uno stato federale, uno stato sociale, uno status da social. Ogni canzone è una finestra illuminata di quest'enorme palazzone pieno di zanzare, ma il punto di vista è sempre dal basso, dal lato della puntina sul disco, dal punto di vista del marciapiede. Quello che ci regalano questi pertugi regolari è una sequenza di soffitti spogli da universitari fuorisede, pieni solo di crepe, ragnatele e lampade ikea. Quello che c'è realmente dietro i davanzali e i muri -il dramma provinciale della normalità- comincia dove finisce l'ultimo accordo ed è roba alla Bacon, cruda e impastata di lampadine a basso voltaggio. Le piante nere del titolo sono probabilmente lì, semicoperte dai drappeggi di una tenda, accostate ai battiscopa che nessuno nota più: il bagaglio culturale d'un paese trasfigurato, storie di catene e libertà che hanno incatramato le verdi foglie fino a trasformare un'espressione di vita immobile -il vegetale stesso, che come diceva Ernst Jünger è null'altro che un grido al rallentatore- in un coagulo di sangue, un'ossificazione preternaturale. Potrebbe essere azzeccato chiudere qui questo patetico tentativo di spiegare il folk d'inchiostro degli Albino Curtains. I più esigenti potranno acquistare il disco, e farsi un'idea in proprio. E beccarsi anche quello che negli intenti sarebbe un'appendice, forse inutile forse no: un disco bonus a tiratura limitata, Spores.
Tutto quello che nasce già classico tra i solchi del volume principale diventa qui gioco e in realtà zitto zitto si sublima, diventando a fuoco, prendendo fuoco. L'idea iniziale era "solo" una selezione di remix delle tracce ufficiali, ma poi si sa come finiscono certe cose: ed ecco dunque che a palesarsi è invece un ricordo del Moby che riarrangiava vecchi refrain blues in quel mosaico moodale che fu "Play", e di gioco in quel caso per l'appunto si trattava, e qui accade lo stesso per quanto la mano cali più tosta e pesante sul sampling e il dito indichi con cognizione di causa le penne grosse del songwriting folk americano con spiccate derivazioni country e gospel, roba dell'era geologica Guthrie per intenderci, e il trattamento risulti infine più nero del nero -con echi dei trattamenti ambientali dei primissimi Black Heart Procession, o dei Tindersticks del '93. Tantissimi gli spunti, non tutti sviluppati a puntino, ma non è una critica severa, piuttosto una constatazione. Perchè qui quel che brilla, brilla. Acceca direi. Un abbaglio di pochi minuti che poi metti in repeat e diventano giorni. Prendi la cover di "Cripple creek" di Skip Spence, che brucia nella gola come un sorso di whiskey lasciato invecchiare in robusti barilotti al confine con la follia, nei meglio celati sottoscala d'America. Quelli che ci entri con una camicia di forza, probabilmente, e ci rimani. Fa tornare alla mente quel che Bernhard Fleischmann o Mark Linkous tirarono fuori dalla lana grossa di Daniel Johnston, senza fotoritocco, solo delicati multilayers, allontanandosi dalla seppur bellissima (e filologica) versione di Lanegan. Quello che successe quando Scott Weiland mise mano a "Time of the season", trasformandola in un paginone da calendario Pin-up del duca bianco -e forse nessuno ha mai capito del tutto quell'album, neanch'io. Se mai in queste cose ci sia qualcosa da capire sul serio. Ecco, il sapore generale è quello: roba automatica, scivolosissima. Una notte passata per strada, e -a seguire- quelle chiacchiere alcoliche che come sciroppo di scopolamina diradano le nebbie e fanno spazio ad una nuova, mortificante mattina. Potessimo addormentarci all'alba e stringere quel sapore torbato in bocca fino alla sera dopo, potessimo.

Tracklist:
Black plants:
1- The waterboy
2- Will the circle be unbroken
3- Fatal flower garden
4- Praised be man
5- Cold cold heart
6- Barbara Allen
7- Minglewood blues
8- Hangman
9- John Riley
10- Jesus Christ
11- Drifting too far from the shore
12- Cripple creek

Spores:
1- The waterboy
2- Praised be man
3- This land is your land
4- Drifting too far from the shore
5- Ode to Billie Joe

lunedì 25 aprile 2016

Dante Giarbillo - L'aragosta uccide a mezzogiorno OST (1971)

Dante Giarbillo, o: come correre bendati attraverso le music libraries e non ribaltare neppure uno scaffale. Col prezzo da pagare d'un incendiario anonimato. Ed un proseguio di carriera sventato da un incidente più che imprevedibile per un topo da studio di tal fatta: la fine prematura. E dire che se avesse retto qualche altro decennio ora gli si tributerebbero le mille foglie d'alloro che all'epoca gli furono -che miseria, che ingiustizia- negate. Già, 'chè ora il suo nome sta in mezzo ad infinite tracklist d'infinitamente infinite compilation che dell'italian sound of golden age of easy listening fanno stendardo, in mezzo ad altri più o meno fortunati artigiani del suono e della fichezza tricolore -in un tripudio di Martini variations: Umiliani, Piccioni, Ortolani, Nicolai, Micalizzi, Gangiulli, Cipriani, Alessandroni, Trovaioli, Gaslini, Reverberi, Barigozzi, e si potrebbe continuare all'infinito, per l'appunto, tanto quanto le tracklist di cui poc'anzi. Tutta gente, quella, poco propensa ai riflettori, assai più alle fresche verzure pudiche dei banchi mixer, degli uffici in stile Brill Building. Ottimi compagni di viaggio per l'elusivo Dante. Ma il posto all'ombra più in ombra era il suo, di Giarbillo, che aveva avuto una vita avventurosa (accuse, processi, fughe, qualche anno ad asfaltare strade in Corea, due anni da mercenario in Egitto) ma che a Milano se ne stava sulle sue, e sulla metà dei suoi lavori graffiava pseudonimi, tantochè pure adesso -si dice- sia assai complesso stimare il suo corpus creativo. Qualcuno azzardò pure un coinvolgimento nei servizi segreti, roba perfetta come trama per uno di quei filmetti a basso budget che la sua arte raffinata colorava di suoni tra il 55 e il 71. Proprio di quest'ultimo anno risulta essere la summa assoluta del Giarbillo-pensiero, la più bella colonna sonora del film più brutto con la colonna sonora più bella, per dirla labirinticamente: L'aragosta uccide a mezzogiorno, pellicola noir del sotto-sotto-genere zooexploitation dell'esordiente Richard Pellico (in realtà moniker dello scafato magnaccia Fausto Liberatore, già alla regia in "Pippo Franco contro il conte Dracula", "Biker nuns" e "Le danesi la danno subito"). Qui Giarbillo, mutuando l'usanza del suo maestro Nino De Luca, non elabora come per le precedenti scores un tema principale declinato in una dozzina di variabili, ma si lascia andare a qualcosa di molto vicino ad un'opera libera fatta da brani indipendenti, legata al bossa-jazz delle origini, tentata dalla psichedelia più leziosa, proiettata verso la sperimentazione elettronica. Talmente autosufficiente da liberarci dell'enorme fardello delle immagini, cosa non sempre scontata in ambito soundtracks (e ci tengo a sottolineare quest'aspetto perchè, ricordiamolo, il film è una merda). Aiutano (e non poco) nell'impresa anche i comprimari del nostro, i Foms 5, turnisti d'eccellenza del sottobosco brianzolo, quasi una protuberanza rock'n'roll-virtuosistica del cervello del Giarbillo -che, essendo topo da studio, non era solito sollevare nulla di più pesante d'una manopola. Ecco dunque sfilare un campionario eterogeneo di pingue ispirazione, con aculei funk e curvone soul, astrattismi mondrianiani e manierismi psicodelici, esotismi di plastica ed erotismi di lattice. Dal mid-tempo porcello spalmato d'organi hammonds su divani ad acqua e Cinzano di "Psyco loft", al criminal-jazz cromaticamente caustico e ammantato di sapidi wah-wah di "Inseguimento ad Oxford street". Dalla psichedelia siciliana (!!!) innervata di percussioni minimaliste e campionamenti di faune tropicali di "Vorticorama", al valzer di stupefacenze che vede sitar e fuzztone corteggiarsi in un ballo sciamanico senza tregua di "Shake psichedelico". Dalla bossa organ-izzata "awanagana style" e benedetta da un Wanderley all'amatriciana di "Piccadilly inferno", al plagio selvaggio d'alcune brume purpuree d'hendrixiana memoria (soltanto più funk, ma molto più funk!) di "Sfregodelica". Dall'Herb Alpert infilato a forza nel cono d'una lava-lamp di "Le autostoppiste", al "Pierre Henry meets Cicciolina on the beach of Pasadena" di "Super-love 3000". Dall'obliquo cocktail (rigorosamente alcolico) di flauto + sussurri + moog squinternato di "Un trip bello peso", alla piscina hollywoodiana senza bordi e senza fine di "Equazione". E non è neppure sbagliato chiudere questa esaustiva panoramica con lo sguardo ad un (raggelante)(eppur fascinoso) futuro, preconizzato nella finale "Morte del commissario Dunn": cinque minuti di nastri magnetici ed oscillatori, per un risultato che si sovrappone alle cose migliori di Luciano Berio –e l'Italia non se n'è mai accorta (ma, d'altra parte, neppure s'è mai accorta di Luciano Berio).

Tracklist:
1- Psyco Loft
2- Sfregodelica
3- Un trip bello peso
4- Shake psichedelico
5- Piccadilly inferno
6- Super-love 3000
7- Le autostoppiste
8- Vorticorama
9- Inseguimento a Oxford Street
10- Equazione
11- Morte del commissario Dunn

domenica 24 aprile 2016

Saturn Gate - Blackhole molecular pyramid (1999)

Disco scoglionante, ad esser generosi. Eppure, sono giorni e giorni che lo ascolto. Precisamente da quando ne ho trovata una copia a pochi euri al banco "Nice price" dell'autogrill di Valle del Rubicone. Lo comprai pensando di farmi due risate mentre guidavo con la mia ragazza verso questa bella menata di matrimonio del figlio di una sua zia (ma chi cazzo li conosce a questi?). Il navigatore diceva "code code code" fino a Bergamo e dunque perchè non dare il cambio al buon vecchio compact disc dei Kyuss per far spazio a qualcosa di genuinamente trash? Allora, premessa: conoscevo solo di nome i Saturn gate. Me ne parlò un amico di un mio amico, un certo Cinghio, alla festa di laurea di un tipo che in quel periodo si scopava mia sorella. Lui era un coglionazzo progressivo (Cinghio, dico), perchè, faccio per dire, aveva pure i rayban da vista a goccia, che ormai giusto a Venditti glieli vedi addosso, roba da vecchi comunisti, da servi di partito! E Cinghio era così in parte, era uno di quelli che s'ascolta ancora i dischi della king crimson legacy, faccio per dire. E se ne uscì fuori dicendo tipo: i Saturn gate son maestri di fuoraggine, ti piacerebbero. Fuoraggine, giuro, disse così. Dimenticai prestamente il consiglio durante il buffet, perchè c'erano quelle enormi ampolle di punch che nei film americani finiscono sempre per terra e io ne rimasi affascinato in maniera magnetica, come una mosca intorno ad una lampadina. Mi tornò però in mente proprio lì all'autogrill, dove riconobbi quel nome piccolo piccolo in cima a questa copertina tremenda, stile "hipgnosis incontra paint 2.5", che a sua volta era calata tra la pelata di Mario Biondi e il gigantesco bulbo di Amy Winehouse. Lo comprai insieme a un pacco di mikado e a una redbull, cose che in autogrill ti vien proprio normale comprarti, mentre i cd no, son sincero, l'ultimo che comprai non a caso fu una compilation dei Turtles nel 2002. Beh, che dire? Dopo aver messo su quel disco mi scordai completamente dei mikado e della redbull, i mikado si sciolsero dentro il cruscotto fondendosi in un unico grande fiammifero di cioccolata, la redbull è ancora nel bagagliaio. Non era certo il mio genere (il disco, dico), ma giurerei quasi che non è il genere di nessun essere umano in grado di distinguere i generi, è piuttosto roba giusta per quella gente che quando gli chiedi "cosa ascolti?" ti rispondono: un po' di tutto, basta che ci sia ritmo. Qualunquisti! Caproni! E tutto ciò perchè, secondo me, Blackhole molecular pyramid non è neppure un album fatto di musica, è piuttosto un incidentone annunciato, un camion di luoghi comuni che per un colpo di sonno o un sorpasso invadono la corsia di un paio d'orecchie e son macelli, son fiamme fino al cielo. E in queste fiamme, lo confesso dunque, io ci sguazzo ora che è un piacere. Perchè dietro a questo genocidio ci dev'essere per forza la mano di un grande manipolatore, di un burt bacharach solforoso, qualcuno che a un certo punto ha detto: ma io devo essere ricco, perchè non sono ricco sfondato? Ho già trentasei anni, se non faccio i soldi adesso le ragazze non me la daranno più. Ed ecco servito l'album perfetto, il non-album perfetto. Che, per l'appunto, sembra il burt bacharach più orecchiabilissimo che produce una band che s'è messa in testa di fare un album come Duke dei Genesis, ma tutti i pezzi vengono fuori come se fossero di Phil Collins che facciamo finta abbia avuto un gruppo che si chiamava Wings e si fossero messi in testa di suonare le colonne sonore dei film di Verdone, tipo "Un sacco bello" o "Bianco rosso e verdone". Anche se a me qua e là viene anche molto in mente un album come Hawaii degli High Llamas (che se v'ascoltate "Doo-wop property" infatti la prima cosa che vi viene in mente è il faccione di Verdone o al limite di Sordi, seduti al bar imbarazzati mentre provano a parlare con una supergnocca che però è già di proprietà di Angelo Infanti)(che grande attore che era Infanti!). Ah, adesso che ci penso anche un'altra volta comprai un disco all'autogrill, però prima non mi venne in mente perchè questo a conti fatti non lo pagai, tolsi l'etichetta magnetica dell'antifurto e lo rubai. Si trattava di Dark side of the moon rifatta da questo gruppo tedesco che si chiamava Pink Fraud e faceva ca-ga-re letteralmente! Il cantante aveva un accento crucco che pareva di sentire una di quelle gag assurde sulla guerra mondiale fatte dei Monty Python. "Darker than the moon" si chiamava il disco. Molto, molto peso.

Tracklist:
1- Binaural Calibration
  a) Out of the Seven Sisters System
  b) Coconut highway
  c) HMS ratnice III
  d) Tapdole spacey
2- Supernova 1969
  a) So
  b) Collapsing Morning
  c) You Smile in Flashes

Your Emotional Sister - Plugless (2015)

Difficilmente condivisibile il pensiero del Morandotti quando soleva dire che "le rivoluzioni più clamorose non fanno rumore". Gli anni 80 han visto uno schiudersi di scrigni sonici d'inaudita roboanza noise e va da sè che le cose, dopo, non furono mai più le stesse. Tra le varie branchie rumoristiche di quel decennio e dell'ancor più produttivo decennio successivo, non ho mai nascosto la mia predilizione per la rivoluzione dentro la rivoluzione dell'ondata shoegaze primigenia, con Jesus & Mary Chain e My Bloody Valentine e Black Tambourine impegnati non solo a fissare punte di stivaletti e pedaline multieffetto, ma anche ad imbastire nel sottobosco di tali nebbioni un'improbabile tappeto d'introspettiva romantica melodia. Per dirla in breve: psycho + candy, un po' gioco di luci ed ombre e un po' mito di Eros & Thanatos 3.0. Qualcosa che cercava d'essere loveless, soffocando i patèmi esistenziali di tanti giovani Werther semi-autistici sotto badilate d'oblio ronzante, non riuscendoci, anzi, trasformando quello stesso oblio in poesia. Nebbie di sogno o sogni di nebbie? Il passo brevissimo e folgorante dentro al reame da coma del dreampop era inevitabile: quasi quanto un ricovero dopo una serata di magoni affogata in alcol e pasticche. I Your emotional sister sono troppo giovani per aver goduto appieno di quel periodo, nati artisticamente nel 2007 come ennesima variabile emo-core in un panorama saturo di variabili emo-core, presto poi convertiti ad una forma spuria di post-punk senz'anima e, infine -all'altezza del terzo album, accasati senza troppe pretese sotto l'ala protettiva della nuova scuola shoegazerina. Come avrete capito, niente di più e niente di meno dell'ennesima band-eruola che cambia genere a seconda di dove soffia il vento del trend. Per questo motivo un album come Plugless mi lascia improvvisamente senza parole: l'idea è geniale, la sfida è ardua, il risultato è superiore alle aspettative. Che c'entra una band mediocre con questa roba eccelsa? Cioè, pensare di dar vita ad un album tributo alla musica shoegaze vecchia e nuova con chitarre acustiche non effettate è una follia degna del peggior (miglior) Beck. E nessuno ci aveva pensato prima! Io neppure, per quanto spenda la metà delle giornate crogiolandomi in questo genere di paradossi. Però, se state immaginando un processo di snellimento simile a quello imbastito sui brani più chiassosi dai Nirvana all'MTV unplugged, siete fuori strada: qui non si stacca semplicemente la spina, scoprendo dei brani l'ossatura nuda e dunque svelandone la profonda bellezza aldilà della produzione scelta per l'album. Qua ogni cosa, feedbacks, delay, distorsioni, riverberi, brusii bianchi gialli neri e blu, tutto, tutto, viene ricreato fedelmente senza l'uso di corrente continua, in maniera artigianale e mai scontata. Una sorta di grande distopico ritorno ad un'era steampunk di elettricità a vapore, sogno/incubo d'ogni band post-conflitto mondiale. E se una "Sometimes" (My bloody valentine) appare pura e quasi casta nella sua resa davvero minimale violoncello-voce, una "In a hole" (Jesus & Mary Chain) esplode cangiante in un mostruoso multilivello di sovrapposizioni a manovella: fischi di fattura umana, raschi gutturali a ricreare il frastuonus horribilis, archetti di violino passati ad loop sopra le corde d'un pianoforte a coda, caffettiere ribollenti, unghie sulla lavagna. Questi i due picchi estremi. Tutto quello che sta nel mezzo è parimenti bello e (s)misurato: "When the sun hits" (Slowdive) che esplode nel ritornello con i suoi violini e i suoi cori amplificati ad infinitum da modesti tubi di cartapesta, "Taste" (Ride) con sottofondo d'acquazzone che batte sul tetto di lamiera d'un capannone industriale, "Breather" (Chapterhouse) che è tutto un vibrare di seghe da legno fatte fusillare in moto sinusoidale intorno ad un microfono ambientale, "Black car" (Black tambourine) che diventa praticamente un brano jazz a malapena percepibile sotto allo spesso magma di didjeridoo, "Sensitive" (Field mice) che è delicato intreccio di otto chitarre acustiche, "Wisdom" (Brian Jonestown Massacre) che per contro è pura percussione e contrabbassi rinforzati. Fino all'eccesso concettuale di "Orange creamsickle" (Astrobrite), registrata in presa diretta chitarra e voce direttamente dentro ad un rumorosissima fabbrica di bulloni d'acciaio a Leeds. Un muro di suono costruito con foglie e fango, facile da abbattere, ma ancor più gustoso da scalare: Phil Spector ne sarebbe andato fiero, svuotando il caricatore del suo revolver al cielo in segno di gioia.

Tracklist:
1- When the sun hits
2- Sometimes
3- Gentle sons
4- Sensitive
5- In a hole
6- Breather
7- Black car
8- Wisdom
9- Orange creamsickle
10- Taste
11- Always lie

12- Dusty evening

sabato 23 aprile 2016

Le Tarme di Vallugola - L'estetica sta finendo (2011)

Devo confessare che il giorno della pubblicazione dell'esordio che cambiò per sempre il linguaggio musicale del belpaese io mi trovavo in una strana condizione, diviso tra lo scetticismo e l'indolenza. Le Tarme di Vallugola già da diversi mesi facevano parlare di sè per via di certe miratissime e apparentemente involontarie mosse pubblicitarie, l'hype era evidente e le aspettative da parte di pubblico e critica immeritatamente alte. Scenario che, per i paranoici del complotto discografico come me, rappresentavano la classica mastella di benzina sul fuoco. L'ennesima boyband hipster pronta a sputare nello stesso piatto in cui aveva immerse le dita? C'era da scommetterci. Bastarono due ascolti d'una copia promozionale de L'estetica sta finendo per farmi distendere i muscoli del viso e cambiare umore. L'indie era morto e il cantautorato doveva ancora (del tutto) rinascere, e loro erano lì nel mezzo, questi strani Joy Division bolognesi, chitarre elettriche poche ma nervosissime, oblique, acustiche in abbondanza ma strane, sghembe, ritmi da rito d'iniziazione in una caserma abbandonata, aria di cambio millennio. E gli veniva tutto così dannatamente naturale, che quasi avresti detto quest'album figlio d'una sola demo-session in studio, pure controvoglia magari. Miracoli figli di tempi difficili. Unica fuga prospettica d'un piano che vedeva intersecarsi mezze promesse di dieci anni d'underground, come se la leva musicale degli anni zero fosse niente più che un piallare la tavola anatomica su quale poi scaricare questo cadavre exquis. Decenni di artisti bohemienne con capelli meticolosamente pettinati ad effetto "giù dal letto", per poi vedersi arrivare questi quattro disoccupati la cui scapigliatura pareva modellata direttamente dalle dita di una Madre Natura distratta. Una sala prove da scantinato, dove specchi non ve n'erano per davvero. Come i Twerps in quella magnifica copertina, vestiti come se fossero tutti a casa da cinque giorni con la febbre, senza doversi preoccupare delle visite a sorpresa della fidanzata. La cispa agli occhi, la voce roca. La collezione di vinili passata dal fratello maggiore, Lucio Dalla, i CCCP, Nirvana, Simon & Garfunkel, Nick Cave, Francesco Guccini. Si sente tutto. Ma non c'entra un cazzo con niente. La cupezza è roba centodieci volte più vera di tante oscurità sofisticate uscite da quell'Italia prevedibile di metà anni novanta, tutta farcita di recitati ispirati, robetta per scoparsi le intellettuali con le parisienne. Dio, perdonatemi per quest'affermazione, ma la penso veramente così! E qui invece, la riscoperta d'una certa ironia sardonica, forse il reflusso gastrico del motto grunge che fu: "Il futuro? Mah, anche no. Poi vediamo", perchè il paese è cambiato, perchè ora son cazzi sul serio un po' per tutti. Più che vago esistenzialismo, il gusto di far nomi e cognomi. Nessuna concessione alla maschera. Ecco perchè te li vedi arrivare sul palco con le t-shirt dei Muppets. Che suona un po' come i Vanilla fudge che picchiavano duro sugli strumenti, mangiavano acidi a merenda, e poi però il nome sulla copertina te lo scrivevano con un font di gomma chewingum. Capito, no? Ecco perchè scelgono di trasfigurare "Just like honey" dei Jesus & Mary Chain fornendone un'interpretazione tragicomica da italietta fine anni sessanta ("Giustappunto"), con tanto di testo (mal)adattato a là Mogol (ma dimmi cosa vuoi / ma dimmi cosa vuoi / uscendo al tuo fianco da scuola / pensavo tu dovessi dirmi qualcosa / giustappunto...) e una produzione che pare una capocciata degli Editors contro i Corvi di "Bang Bang". Ecco perchè la calano in mezzo ad una scaletta altrimenti interamente autografa, che è puro post-rock zigrinato e precambriano, furiosissimo, che alla band di Ian Curtis rimanda si, e volentieri, ma solo a volerlo veramente: perchè altrimenti è questione di lana caprina, un po' come le descrizioni olfattive sul retroetichetta dei vini: sentori d'epica morriconiana, tensioni Slint, retrogusti rubinescenti ed innodici da osteria bolognese calci in bocca e mosche nel vino, i cani di piazza Verdi, gli omicidi di Piazza Fontana, il Vaticano, Federico Aldrovandi, le A di Anarchia intervallate alle svastiche lungo tutti i portici d'una città che puzza, la banda della Magliana, gli spaghetti cacio e pepe, la Jihad, i ritardi del Freccia Bianca, l'edonismo berlusconiano, la riminizzazione della costa adriatica. "Ve lo meritate Alberto Sordi!", come diceva quel Moretti là. Il tutto intermezzato da siparietti strumentali in pieno stile slow-math-core, non si sa bene in percentuale quanto elettrici e quanto elettronici. E il risultato è solido, come le migliori architetture abusive edificate sul guano d'un fiume romantico (Un bacio sul cavalcavia / perdiamo tempo sul cavalcavia / buttiamo questo nostro grande amore / sulle macchine là sotto / e andiamo via) o sul pendìo d'un vulcano inattivo (Pezzi di questi osceni condomini / nei musei del futuro / Cosa racconteranno di noi?). Troppo innamorati di questo paese per lasciarlo (al confine con la Francia chiamare casa / chiedere come stanno tutti / raccomandarsi di soffiare ogni tanto la polvere / dai vinili di Piero Ciampi), eppure incapaci di immaginare un mutuo di cinquant'anni per un bilocale da consegnare, un giorno neppure troppo lontano, ai propri figli (a Bevano Est / insegnerò ai miei figli / a riconoscere una sbronza da un tramonto).

Tracklist:
1- Sindacalista anarcoide imbocca la strada della legalità
2- Bevano est
3- L'amore riletto sotto un'ottica moderna e autolesionistica
4- In me non c'è futuro
5- Il nostro modo di vivere i luoghi non monumentali della modernità
6- Giustappunto
7- Non sapeva precisamente che farsene di tutto quel suo restare
8- Al mio disfarmi hai opposto il tuo dolce chiavarmi
9- Le maschere d'un carnevale cristiano
10- Finalmente svelati i benefici della cannabis
11- E il Signore disse: entrate nel tempio di Baal, uccideteli tutti! Che nessuno scappi

sabato 16 aprile 2016

Colin Murchison - Raetinic Anestetic (2002)


Raramente i primi passi d'un nuovo anno si distinguono dagli ultimi del suo predecessore. E noi qua intorno con le guance gonfie di vapori di sodio e impazienza, come lampadine da peschereccio a fior d'acqua, più o meno incapaci di distinguere il bancone d'un bar dalla terraferma. Ernst Jünger diceva che certi fiori non s'impegnano neppure troppo nell'apparire meravigliosi, consci dell'ignoranza pura dell'occhio umano, piccolo, maleducato, balbuziente nel suo portar messaggi alla corteccia visiva. Il segreto meglio custodito dell'accidiosa ermeneutica occidentale è che, dopotutto, abbiamo tutto, e non ci manca niente, però ci manca il niente, che sarebbe grossomodo tutto ciò di cui avremmo bisogno. Ma d'altra parte è anche vero che non c'è niente di niente che non possa essere risolto con un paio di stivaletti neri addosso, e una santa irrequietezza in tasca. 

Tracklist:
1- Fake theory
2- Everything is pop
3- Curse of tomorrow
4- That grin
5- Left-handed machine
6- Our heads are like rain
7- Microworlds
8- The love you make (is equal to the gin you drink)
9- God in a matchbox