domenica 22 gennaio 2012

Banana Children - People of Earth Island (1976)

Che grande donna, la mia zia d'America. Shelley, si chiama. Shelley Duvall Summer Liberace. Una giovinezza passata a inanellare collanine di semini colorati, coltivare marijuana in vasi di petunie, riguardarsi mille volte un VHS di Chappaqua. Partiva da Sacramento con un furgoncino pieno di deadheads e arrivava a Fort Lauderdale passando attraverso tutti i settantatrè stati (settantatrè, diceva lei), solo per vedere Frank Zappa che firmava l'acquisto di un nuovo ranch per miliardari. O per farsi offrire dello champagne da uno steccatissimo Keith Moon in un idromassaggio dell'Hilton, del Best Western, o dell'Autogrill. Nel 1995, a quarant'anni tondi, uno di questi furgoncini la scaricherà in Italia: un buon tentativo d'incontrare per la prima volta quei parenti lontani ma non troppo (almeno a livello anagrafico). Non andò come s'immaginava. Ma quell'anno, e i due successivi, andai spesso a trovarla in quel buco d'appartamento che s'era affittata vicino al porto canale: una tana ricavata scavando muri tufacei di nepalese e inspessita da controsoffitti di fumo nag-champa, piena di elefanti sacri appesi e germogli di soia e tofu abbandonati nei piatti sopra e sotto al letto. Ero sempre stupito dallo splendore imperiale delle sue verdi petunie, che la zia m'assicurava esser d'una strana specie tipicamente americana, mai vista da queste parti. "E non t'impicciare", concludeva. Oltre a quelle, fissavo la parete nord: fitta di roba. Milton Glaser, poesie di Corso, Bullwinkle, Beardsley, funghi atomici, Kennedy, i Peanut Butter Conspiracy, Alan Aldridge, Sesame Street, gli Animals ("è stato Eric Burdon a soprannominarmi Summer", diceva lei, "l'ho conosciuto mentre picchiava un hippie che gli aveva chiesto una sigaretta"). Poi c'era questo manifesto enorme dei Banana Children, che era un gruppo tremendo, mia zia metteva sempre sul giradischi un loro album e partiva una specie di "You make me feel (mighty real)" di Sylvester ma riarrangiata tipo da Andrew Lloyd Webber e lunga quaranta minuti e passa, che in alcuni punti sembrava un 45 giri suonato a 33 giri e in altri punti l'esatto contrario. Pure il manifesto era orribile, d'una banalità quasi accecante, eppure -per qualche autolesionistico motivo che adesso mi sfugge- lo trovavo pure meraviglioso, cristallino, gelidamente celestiale. Un anno fa ho rimediato una ristampa su CD del disco in questione (People of Earth Island), per vedere se magari col tempo e con un po' di sale in zucca, magari, chissà. Invece no. La copertina del disco è uguale a quel vecchio poster, e orrenda e al tempo stesso meravigliosamente celestiale rimane. Il contenuto è invece, se possibile, anche peggio. L'ho riascoltato mille volte, e poi altre cento ancora. Cercavo di cambiare parere. Non ha funzionato. Così ho lasciato perdere. Mia zia è ripartita per l'America e poi è ritornata in Italia, poi si son perse le tracce, poi è tornata in Italia di nuovo. S'è attivata politicamente. Ha dimostrato contro la guerra d'Iraq, ha dimostrato contro l'elettrosmog, ha dimostrato in difesa della libertà di stampa. Ora fa la dimostratrice per Avon.

Tracklist:
1- Here are the banana children
2- People of the Earth Island
3- Petal clouds
4- Open your heart to the morning sunshines
5- Sparkling with the Lord
6- Wooden fenches
7- In the name of the ghost of the sky
8- Moonlight crowd

venerdì 6 gennaio 2012

Fun, blood & maggots - Just a Bunch o' babies Praying at Twilight (1969)

A ben vedere, la recente improvvisa riscoperta dei Fun, Blood & Maggots poggia esclusivamente sulla riedizione d'un misconosciuto romanzo piuttosto strano e piuttosto breve datato 1966, dal titolo "Cockroaches intrusions into modern architecture" -sorta di thriller fantasociale sulla scia di Philip Dick o Kurt Vonnegut o Derek Osmond- ad opera d'una piccolissima ma agguerrita casa editrice nordamericana. L'autore, Marc Zorbagahn, era uno di quei soggetti tuttofare tipici della controcultura americana degli anni d'oro: sue tracce s'ebbero abbondanti sopra i sedili del bus di Ken Kesey (incluso a quanto pare, seppur per breve tempo, quello d'autista), nell'organizzazione logistica di alcuni sit-in di protesta all'ombra del Golden Gate, dietro le quinte del festival acido di Coraline e di quello meno acido di Folkston, addirittura -pare- nella gestazione di uno degli spettacoli di danza sperimentale più chiacchierati di sempre, ovvero "The scarlet liaison", che decretò prima il successo poi l'estinzione del collettivo vetero-comunitario dei Jolly Hamburgers. Tra una cosa e l'altra, Mark Zorbagahn trovò pure il tempo di fondare una sua umile francescana banda d'improvvisazione strumentale: li chiamò -per l'appunto- Fun, Blood & Maggots, e ci incise un disco nel 1969 e una manciata di singoli un anno dopo, spingendoli sui palchi dei maggiori festival acustici locali. Con scarsi risultati di vendite però, giacchè si può oggi affermare con certezza che il fine ultimo di tale ensemble non fu mai propriamente la musica con la M maiuscola, quanto la necessità di costruirsi una credibilità sociale ed un cospicuo portafoglio-ancelle (e son fatti, più che illazioni, essendo in tal senso concorde il parere del resto del gruppo -intervistato in una gustosissimo articolo pubblicato a fine anni ottanta sulla celebre fanzine "Turtle Box"): come capitò d'altra parte per gli YaHoWa 13 o per Bob Markley o per centinaia d'altri poco talentuosi musicisti, il Rock fu anzitutto telecomando assoluto per spalancare le cosce delle nuove, devote fans. Per amor di gossip, c'è pure da ammettere che Marc Zorbagahn in questo zapping indugiò positivamente un bel po' di volte, se è vero che già nel 1976 si conteranno alle sue spalle più di dodici figliolanze (non riconosciute), ed il passo successivo fu addirittura un casto ritiro spirituale nell'abbazia pagana di San Melpomene, in Nebraska. In tutto questo vortice d'eventi e festeggiamenti il successo dovette tuttavia attendere un altro po': solo nel 1986 infatti, grazie alla sceneggiatura per il kolossal "Between roses and beans", Zorbagahn sfondò, rinnegando il passato libertino, gli esili mistici, le droghe multicolor, e concedendosi finalmente una vita da veterano medio in una casetta (con cani, nani e piscina) in quel di Bel Air. La riedizione anastatica ed in tiratura limitata di "Cockroaches intrusions into modern architecture", nel gennaio 2011, pare riaprire dunque un discorso felicemente interrotto proponendosi al tempo stesso come penultimo tassello di questa interessante e marginale carriera: e seppur le vendite non saranno all'altezza dell'hype pubblicitario, la riscoperta dell'"artista incompreso di Des Moines" (sic) avverrà come da programma trascinando con sè anche quel primo, unico parto discografico a nome Fun, Blood & Maggots, dal titolo Just a bunch o' babies praying at twilight: forse, anzi, sicuramente l'unica cosa relativamente rilevante dell'intero corpus creativo zorbagahniano, con buona pace per le ambizioni letterarie del nostro. Le ristampe (una a livello bootleg, scarsa; l'altra con contenuti speciali e un leggero remixaggio, decisamente meglio) usciranno quasi in simultanea sia su CD che su vinile da 180 grammi, consegnando ai posteri un campionario d'improvvisazione cacofonica di disperato candore hippie: una sorta di Hapshash & the coloured coat più Charles Manson Family più Godz, con chitarre molto pulite mutuate da Jerry Garcia e soventi impudiche scivolate nei miasmi febbrili della jam (la versione di "Season of the witch" di Donovan rasenta i diciotto minuti, e si sentono tutti), molte percussioni, molti nastri trattati, molto hashish. Musica da grandi ma suonata da bambini, brani che giocano col fuoco e si bruciano continuamente, rimandi a culture esotiche intraviste su qualche depliant turistico di seconda mano. Significativo, in tal senso, l'aneddoto contenuto nel booklet del CD riguardante la cover dell'album: che inizialmente -dice il produttore- doveva essere tridimensionale, con un ritratto simil-dagherrotipo raffigurante ragazze, fate e bulldogs francesi masticanti accerchiati da ghirlande di begonie, montato su una textura di fumo arricciato -a metà strada insomma tra "Their satanic" degli Stones, un incubo di Bruegel e le fatine di Cottingley. Ma i soldi mancavano. Si ripiegò su cinque polaroid dei musicisti montate su tapezzeria stinta. Come a dire: pes sic tendatur, ne lodix praetereatur.

Tracklist:
1- Green and purple minstrels
2- All a seer can see
3- Ambassadors and lions
4- the trouble of being a wallpaper
5- Season of the witch
6- Death of a toy
7- Ganja devil

Bonus (solo su CD):
8- Getting higher and higher (demo)
9- Ticket to ride
10- Golden ship (single A-side)
11- Skysearchers (single B-side)

giovedì 15 settembre 2011

Gordon Greene - Music in this LP are subject to fading [...] (2008)

Di Gordon Greene si disse subito: è la rinascita del folk inglese. Il suo primo album -Staring at the fridge- lo consacrava a tutti gli effetti novello menestrello prodigio poco generazionale, piuttosto ego-gravitazionale, e mediamente per niente istituzionale. Era il 1996. Poi si disse: è la svolta commerciale. Il suo secondo album -I write you from a distant country- si rivelò crocicchio di campionature, dilatazioni, cosmicherie piuttosto radiofoniche e radiografie più o meno cosmologiche, comunque sia mai sotto l'acuta soglia dell'eccellenza. Era il 2001. Poi si disse ancora: ha svalvolato. Il suo terzo album -Rhymes are just like tymes: both ends with ymes- documentava un burn-up psichedelico orchestrale di mostruosa se non impossibile digestione, un incubo wagneriano poggiato sulle milleseicento dita di centosessanta mani (quelle della prestigiosa Dunwich Filarmonica) ma sempre in procinto di cadere in rovinose tonanti cataclismatiche schienate. Era il 2005. In attesa del quarto album si sprecarono i pronostici e le scommesse: che combinerà Gordon Greene ora? La risposta fu il tonfo d'un incidente automobilistico che echeggiò su molti rotocalchi specializzati ed imbozzolò il nostro su un letto per sette mesi, con una tastiera Casio, molte idee, e poca voglia di riposarsi. Il risultato di questa degenza vide la luce nel 2008 e sorprese tutti, o forse no, essendo come previsto ennesimo colpo di genio fuori di coppa: e con un titolo (Music in this LP are subject to fading and discoloration. To assure accurate music transmission, we recommend replacement of this LP annually) che per generosa chilometricità odorava già da solo di guinness dei primati. Album strano, quindi: e fin qui niente di strano. Ma anche strano se messo a confronto con i precedenti tre album strani suoi. E qui il discorso si fa interessante. In Music... (abbrevio) Greene s'avvicina ad una forma spuria di minimalismo-rock: un'ossatura di pianoforte, una voce segaligna, qualche chitarrona. Poca batteria, ma che si fa sentire. Tutto il resto è puro digitalismo paranoico: una moquette istantanea che riveste come magma il flusso di pensiero dell'ascoltatore, fitto com'è di campane tubolari sospese sull'aria curva e viaggi d'un solo giorno dentro al boudoir dai mille cavicchi d'un sintetizzatore di mogano; e la strada porta inevitabilmente da quelle parti laggiù, Schulze, Riley, tecnologie triassiche, mele argentate che cadono mature dal lato oscuro della luna mentre Alice attraversa uno specchio posto sopra ad un Moog 3C in un appartamento nel cuore di Belgravia. Settaggi crautologici in previsione di collassi atmosferici. Solarizzazioni anaglifiche sulle coste smangiucchiate dei frattali di Mandelbrot. Caffettiere che borbottano su minimalissimi fornelli bianchi a Zeta Reticuli. Gordon ci gioca su, osa l'inosabile, mette a dura prova gli orecchi viziati, non ha paura: sa di poter contare su una vasta pletora di aficionados e sa pure che -oltretutto- i suoi brani, aldilà del trattamento a loro riservato, sono Perfette Canzoni Rotonde che a tutti garbano e a nessuno mai completamente dispiacciono. Così poi ci scappa pure qualche strizzata d'occhio di troppo, qualche giochetto ai limiti del perdonabile: le dissacrazioni spassose dei Floyd mischiate a improbabili dediche ad ex ragazze, ex groupies, ex amichette (forse) immaginarie, gli omaggi-plagi-citazioni che a tratti intensamente piovono con tutta l'ineluttabilità del caso, la bigiotteria elettronica che lambisce qui e là i luminescenti marciapiedi dei dancefloor e d'improvviso, come morsa da una tarantolaccia, esplode. Una "Obscured by Claude" che ricalca le forme sgraziate di "Stuck in a submarine shop with uncle Bertha" di Markus Lansky. Una "Starless stare" che suona come Gilberto Gil che batte a suon di raggi delta il mostro del terzo livello. Una "Brenda Mage" che pare Neil Young intrappolato nel corpo d'un parassita del grano in una mattina di soli stereoscopici. E, in fondo a tutto, pure uno spesso velo di stanchezza. Lo si scopre dopo lunghi e attenti ascolti, non è così immediato. Gordon Greene è profondamente stanco. "Ringrazio tutti, chi più chi meno" scrive nelle note interne dell'album, che sarebbe come a dire: chi se ne frega. Poi si sposta in copertina, sornione e biancheggiante, affacciato ad un oblò sulle strade di Londra con alle spalle qualche joint a metà nel posacenere qualche donna assopita sul letto qualche partita a scacchi interrotta, il suo regno di genio e noia soltanto leggermente incrinato dal rumore dei clacson di King's Cross, e quei capelli spettinati, e quell'aria di chi, avendo preso l'autobus numero 12 per il centro, si ritrovi invece a percorrere le tangenziali intasate d'un pianeta sbagliato.

Tracklist:
1- Introduction / 256, the colors of the beast
2- Maria-Stella Overdrive
3- Nixon's haircut
4- How I wish you were Irma
5- Bright doors
6- Obscured by Claude
7- If i had an humming bird
8- Brenda Mage
9- Starless stare
10- Molly is a gas
11- Starless stare pt.II
12- Dating hairy hippie girls
13- Shame on you, Daisy Garamond

giovedì 25 agosto 2011

Wow Assignment - The Claypole Fur Sessions (1985)

Se è vero che non c'è niente di peggio che ascoltarsi un greatesthits o un bestofthebest per avvicinarsi spiritualmente ad un'artista (ed è vero, tranne forse che per gli Abba, per gli Amen Corner o per Joe DiLello, dove hits, best, platinum and definitive collections significano tutto quanto e nient'altro significa niente di niente, e gli scaffali degli autogrill ce lo confermano, e dopotutto chi ha in casa un LP originale degli Amen Corner? Bugiardi), ecco, se è vero insomma, ed è vero, allora è altrettanto specularmente vero che per conoscere meglio un artista -coglierlo di sorpresa, intendo- la cosa migliore è rimediare non un album ufficioso ma uno di quei nastri un po' speciali registrati di sghembo durante una prova, un concerto, un dopocena sonnecchioso, quegli scampoli sbobinati e sbavucciati che raramente vedi in giro -se non sotto le panche delle chiese monomaniacali del Rock, nelle mangiatoie delle fiere del disco, sopra agli stipiti del mercato nero isolante, dentro al doppiofondo delle valigie in pelle dei grandi trafficanti di sogni. Bootlegs, a volte, li chiamano. Quando sussurri questa parola nell'orecchio di un collezionista, solitamente questo tende a buttare gli occhi indietro e a pisciarsi addosso. A me invece capita d'inciampare in una visione piuttosto nitida e quasi sempre identica a sè: vedo nel mio cervelletto tre meravigliose piccole copertine comprate a due soldi in qualche mercato lunare, stampate (non poi troppo) malamente e poi piegate e poi infilate senza tanti complimenti e credits e snippets ed infos dentro alla custodia-gioiello porta CD, tre intercettazioni naufragate lungo le risacche del tempo: vedo i Grateful Dead tra un set e l'altro che camminano all'alba sollevando le sabbie di Palo Alto con gli occhi di spettri etruschi, vedo Robert Wyatt che batte su un pianoforte le due dita gialle di paglia con gli occhi gonfi di sonno cercando l'accordino perduto. Vedo, ecco, infine i Wow Assignment che cominciano a perdere la pazienza su un ricco tappeto istoriato di cicche di camel e tasti di optigan rotti come denti mentre la dexedrina sale e sale e l'acido scende e scende, o viceversa, mentre i loop grattano alla porta come gattini affamati e tutti i soli di Denver frullano le loro lingue intorno al caseggiato. Si trattava di certo d'un giorno speciale, quando quest'ultimi decisero di registrare su un lungo stropicciato nastro che prenderà poi il nome -l'etimo è dubbio- di The claypole fur sessions queste prove in provetta, questi abbozzi bizzosi, queste dieci mirabolanti elettrospandibili e spinalissime tracce audio. Era il 1985 e i Wow Assignment erano già da tre anni alfieri d'una musica hippie per tempi yuppie, e non erano soddisfatti (il revival sixties era ancora lontano. O era già passato? Chi se ne frega), e ad ascoltare i loro primi due dischi c'è da capirlo, poichè era tutto una dodici corde a catenacci e qualche organo vox a menar le mani per un nonnulla, e poi due urla filtrate da rampe di scale condominiali, e un effetto sphasato, tremolante, già-sentito che un po' si e un po' no cercava di accendere l'interruttore della stranezza. Senza riuscirci. Ma qui, nel 1985, in appena mezzora cambia tutto: musica elettronica, campionamenti. Roba nuova, idee nuove. I Ween prenderanno nota, distraendosi di continuo nell'ultima fila in fondo. I Primal Scream non prenderanno nota, ma si faranno raccontare tutto da chi quel giorno era in aula. I Wow Assignment stendono l'ossatura pencolante e maelstromicamente storpia d'un inferno boschiano pieno d'orecchi mozzati e alchimisti cavi, grilli occhialuti e torri in fiamme. Hip-hop, down-beat, lo-fi, synth-pop. Techno da cameretta. I Moog sfrigolano, le drum machine sfiatano, i gatti miagolano. Le gran casse danno delle gran mazzate. In fondo alla stanza dietro alla testata del letto c'è Donovan Leitch che mastica un chewing gum con un cappellino storto e un grande smile giallo come una testata atomica sulla maglietta. C'è Timothy Leary che sta imparando ad usare il gameboy nascosto dietro ad una rastrelliera di VHS senza etichetta. C'è Jimmy Curtiss sotto MDMA che dice "no, non ero pronto a questo". Scanalature, ganci, candeline di compleanno con le facce dei Creedence -o forse valvole? O lampadine Osram? Giustapponendo la lanugine di due bicchieri strumentali, le canzoni sono reclinate e sembrano esercitare una resistenza angelica. Le candeline sono accese sul fondo dell'oceano. Sicuri siano i Creedence? O magari, sul serio, gli Amen Corner? L'arte di più alto ordine è quella che nasce casualmente e che nessuno si fila di striscio. I Wow Assignment stendono con un giro di mellotron e di vocoder mille teli di spugna sopra alle carogne, ai presagi, sopra al vecchio, sopra al nuovo, sopra a tutto. Giocano con gli angeli. Non gli capiterà più così bene. Perchè davvero -lo disse qualcuno molti anni fa- c'è tempo per tutto, e c'è anche un tempo per cui i tempi si congiungono.

Tracklist:
1- Super shaking faces
2- Sticky hero
3- Psychedelic pants (youth anthem)
4- Hidden party
5- Snail girls sex type conversations
6- Bornagainandagain (we love worms)
7- Prescriptions
8- The last chord
9- Sedan trips
10- Say hello to Steven

mercoledì 13 luglio 2011

Image Crest - Stage Crime (1973)

Originari di Houston (Texas) ma prestamente svasati e trapiantati ad Austin (sempre Texas, ma meglio), i Lords of Leaves ebbero vita breve e noiosa. La loro musica era un Rock legale, buonista, asciugato di tutto, dalla produzione sfibrata e abrasiva come cotenna di maiale, roba buona certo, ma: in giro per Austin c'erano già sparpagliati gli Elevators, i Cold Sun, i Golden Dawn, tutti fuori, tutti in fuga dalla polizia, tutti con un diavolaccio di teonanacatl per capello. I Lords of Leaves non erano ancora pronti per quel macello. Ci vollero due anni di galera, erba, un personal guru a ore, un cambio di nome, due risse e quattro chiacchiere con Burt Kenneth per cambiare le cose: e così, infine, nel 1971 i Lords of Leaves rinacquero Image Crest. Certo, i tempi nel frattempo erano nuovamente cambiati e la musica in terra texana s'era indurita e non poco, ma i nostri stavolta non si fecero trovare impreparati: il loro album d'esordio -"Mushroom chasers"- è un crocicchio di generi e su tutti è proprio l'hard rock ad avere la meglio, con strizzatone d'occhi a Kentickle, ai Bubble Puppy, a Hendrix. L'album dopo, Stage Crime (che sarà anche l'ultimo, reunion esclusa), focalizzerà ancor di più le intenzioni restringendo il campo visivo, innalzando l'ispirazione, abbracciando l'iperrealismo magico dei Doors, lasciando a casa le cafonerie locali e le tamarrate solari, riscoprendo qua e là pure il piacere d'un diorama orientale traboccante LSD. Ascoltarlo per intero è un pò come guardare dentro al tubicino di una bic sperando di trovarci caleidoscopi grassi e policromi, scoprendo invece un buco di scarico intasato da foglie e capelli morti. È un album che ho sempre immaginato perfetto per un risveglio a pugni stretti in un bosco dell'Idaho, con i resti del fuoco della sera prima ancora fumanti e la ragazza che ti piace nella tenda di qualcun'altro. Però poi tu ti tasti le tasche, ci strizzi fuori una sigeretta, pensi che il sole sia al posto giusto e quindi, insomma, che problema c'è? Da qualche parte non lontano da lì un cane abbaia con la gola piena di specchi, la grancassa suona come un barattolo di Heinz, il rullante suona come un barattolo di Ege Bamyasi Okraschoten, le chitarre sono galli tronfi sul cofano di una vecchia Ford, la voce un fiume che parte dai piccoli empori nel Maryland, arriva a Cancùn, e si perde nei campi di grano del Maine.
Ma Stage Crime è pure un disco che meritava più di quanto ha avuto: non fosse per l'incedere bucolico e schiacciasassi di "Judas deer dancer", non fosse per il bisso prezioso che adorna "Back to your favourite pleasure", non fosse per la sfuriata di "Lines" o per il lamento gassoso di "Outside your own limits", per lo strumentale virelai di "Quermancò", non fosse per tutto questo insomma Stage Crime dovrebbe passare alla storia almeno per la sua traccia di chiusura, "So much fire to roast human flesh", il testamento spirituale del gruppo: trecentocinquanta secondi d'ispirazione che traballa come un tavolino con due gambe, ma non cade. Almeno fino alla coda finale, affidata ad un feedback di chitarra tra i più belli della storia del Rock. Qui il tavolino smette proprio di traballare e, anzi, si solleva dal suolo insieme a tutto il resto della stanza, il rumore prende quota in un paio di secondi e diventa la cosa più vicina possibile ad un frastuono prenatale, ad un risciacquo di liquido amniotico, ad un vento caldo che piega i pioppi d'autunno fino a formare un tunnel gastrico morbido e infinito. Pare di vedere mille truccioli di rame che escono da una sega circolare volteggiando sotto l'altissimo soffitto della fabbrica, come piume d'oca che s'avvòltolano su sè stesse al rallentatore mentre il sole arancione della provincia americana s'appoggia ai vetri, e tutto è crudelmente perfetto. Pura Metallurgia dell'Anima.

Tracklist:
1- Nicotine
2- Another plum year with you
3- Judas deer dancer
4- Funny noise
5- Back to your favourite pleasure
6- Lines
7- Outside your own limits
8- Quermancò
9- So much fire to roast human flesh

venerdì 17 giugno 2011

Almost Blue Waters - Live at Conqueroo Hill (1979)

Qualche giorno fa mi son chiesto: se è vero che il Rock è morto, chi è stato esattamente l'assassino? E come risalire con precisione alla data del decesso? Mi sembrò sin da subito d'essermi imbarcato in un affare più grande di me, ciononostante conclusi che una qualsiasi risposta a queste domande avrebbe reso il lavoro dei critici un pò più noioso e preciso, e quindi si, ne valeva la pena. Cominciai a ricamare una fitta tela di sospetti, basandomi su qualche data cruciale: 1969, 1973, 1981. Con una tazza di garfield piena di caffè americano sfogliai diversi numeri del Rolling Stone in cerca di dichiarazioni compromettenti, distraendomi però a ruota continua. Nel giro di qualche giorno, con la cravatta allentata e la barba incolta, arrivai infine a isolare due album dall'alibi pencolante: Suicide, dei Suicide, e il Live at Conqueroo Hill, degli Almost blue waters. Due LP molto diversi, forse sopravvalutati. I Suicide potevano aver ucciso per noia, soffocando il Rock in un marasma annichilente di loop elettronici. Gli Almost blue waters potevano aver ucciso per indecenti motivi passionali, colpendo alle spalle il Rock in un'imboscata di lunghe chitarre. Arrivai ben presto alla conclusione: gli assassini erano di sicuro i secondi, senza dubbio. Con quell'aria così perfettina, insospettabile, barbuta, barbosa, gli Almost blue waters rappresentavano il profilo tipico dei killer seriali sudisti e pedanti. I Suicide, la cui posizione comunque rimase non chiara, se la cavarono con una semplice accusa di molestie; rincantucciandosi nella loro grande mela fluorescente mi riempirono di bestemmie, e gridolini. Quindi, insomma, si: il Live at Conqueroo Hill è l'ultimo momento in cui il Rock è stato visto vivo. Brutto album, pieno di grandi assoli assetati e di riff coperti di sabbia, simili a cotolette. Brani estesi per chilometri senza curve, che già dai primi accordi riesci a vedere i cactus lontani all'orizzonte, e pensi "dio, quanto tempo ci vorrà per arrivare al confine". E tutt'intorno l'aria vibra e sventola come una grande bandiera piena di stelle e diagonali bianche. Eppure, il Rock è stato visto sopra a questo palco, e quest'album è diventato un grande Classico del Rock, un Live/Dead senza droghe, un Live at Leeds senza ronzii, un Happy Trails senza Cipollina, un Allman brothers al Fillmore senza Allman brothers e senza Fillmore, uno Space Ritual senza rituali spaziali e senza ballerine tettone dipinte come carovane, ma pieno zeppo di armadilli e di arbusti rotondi secchi e rotolanti. Era il 1979 e il Rock era qui, forse perchè non sapeva dove stare, forse perchè ce lo portarono a forza. Morris, il mio amico patologo della polizia scientifica, mi confermò poi questa seconda versione. "Si vedono i graffi, vedi? Qui sul retro del vinile. Il Rock ha opposto resistenza, dev'esserci stata una collutazione". Gli lasciai il vinile originale, per procedere con l'autopsia. "Ci vorranno alcuni giorni", disse. Passò una settimana e tre giorni, in cui non riuscii a far altro che aprire e chiudere il frigo cercando qualcosa che non sapevo neppure io, canticchiando il ritornello di let the sunshine in, e mai una strofa. Poi Morris mi chiamò: "Reg, ci siamo", disse. Ci incontrammo all'autogrill di Ancona sud, con la scusa di pranzare insieme. Ma i nomi dei panini erano come al solito troppo stupidi, sicchè mi passò la fame -e inoltre, ero molto in ansia per il referto autoptico. "Colpo di scena: il Rock era già morto da diverso tempo prima della pubblicazione del disco", esordì Morris, "potrebbe esser stato ucciso in qualsiasi luogo, e trasportato su vinile, oppure ucciso direttamente lì e occultato per mesi. Se fosse fondata la prima ipotesi, dovremmo rivedere con accuratezza tutto il quadro accusatorio". Ordinai un margarita con molto sale. "Su una cosa però non c'è dubbio: è stato un omicidio brutale, quasi un'esecuzione". Morris mi consegnò il fascicolo, quarantadue pagine di verità scomode e difficilmente masticabili. Lo lessi con forzata compostezza.

Il vinile è preparato sul tavolo anatomico privo di copertina.
Pesa 120 grammi. La misura non può stimarsi che con approssimazione in dodici pollici, data la cospicua deformazione traumatica.
I microsolchi sono sfigurati da complesse lesioni d'arma da fuoco e contunsive che rendono pressoché irriconoscibili i tratti quadrifonici.
Rigidità cadaverica risolta alle prime sei tracce. Colorazione verde putrefattiva assente.
Sul lato A, a destra della linea mediana, due fori ravvicinati a margini estroflessi, irregolari, del diametro massimo di circa 2 cm., dai quali affiora sostanza musicale spappolata, senza aspetto di distorsione sonica.
Sul lato B, poco a destra della linea mediana, ampio foro lacero, del diametro di quasi 3 cm., con margini estroflessi e recanti ampie infiltrazioni di feedback casuale.
Nel restante ambito dei microsolchi si notano numerose aree variamente distribuite di escoriazioni e piccole lacerazioni lineari viniliche, tutte con aspetto di lesioni post-mortali.
Null'altro è giudicato degno di rilievo nell'esame del cadavere.

Il Rock è morto, il mistero continua.

Tracklist:
1- In praise of our children's fathers
2- Let the blues ride on
3- Get out of my life, woman
4- Ramblers bridge
5- Montezuma
6- Dusty midnight trains of wisdom
7- Friendly rain #4
8- Medley:
Bedouin shuffle
- Stormlovers - Beavers of heaven - Stormlovers reprise

lunedì 30 maggio 2011

Sitar End Factory - Rip Down & Seee (1998)

Neo-psichedelici neo-zelandesi, rumorosi, romantici, liberi nel vero senso della parola (mai un'uscita major, neppure per errore, o per dovere), assoggettati al culto violento per l'assurdo; capaci di tirare fuori nell'arco di un EP stralci di musicals iconoclasti, fumate esotico esoteriche, fumetti arancioni da una boccata e via, cronache moderne piene di obsolenza, richiami a questo e quello ma nondimeno pure in grado d'inventarsi nell'arco di lunghi doppi LP nuovi clichè sovversivi dalla data di scadenza illeggibile -probabilmente grattata via con l'unghia dal fondo del barattolo: i Sitar End Factory, piacciano o meno, rappresentano ben più che una vetusta curiosità in un catalogo di revivalisti indipendenti contemporanei. Nei loro dodici album in studio ci sarebbe materiale sufficiente per spiegare l'evoluzione della musica occidentale ad un cucciolo alieno in vena di domande frivole. E pure per insegnare a vecchi e nuovi rocker cosa significhi essere morfinomani senza rimaner colpiti dalla peggior forma di stitichezza artistica. Libertà al potere, e potere all'immaginazione. Anzi, al delirio. Anzi, c'è un modo per definire un delirio lucido? Sembrerebbe un controsenso, ma: i Sitar End Factory sono positivamente lucidi, nel dar vita ai loro guazzi di follia. Sono, diciamo, macchine fotografiche caricate a sali di litio, sono quei disegni dettagliatissimi e folgoranti che vedi sovente uscir fuori dal turbinio di dita degli autistici, sono quelle statuette a forma di fungo psicofallico che infestavano le pendici del vulcano Popocatepetl. Non è un caso che ogni loro parto artistico sia atteso con ansia da frotte fanatiche assai numerose stipate nel sottosuolo, e con altrettanta furia prestamente assorbito: e fa quasi piacere, per una volta, che tutto questo non venga inquinato dal mondo dei vivi, dal sopra-suolo, dai mercificatori, dai mercenari, dai mecenati. Farebbe tristezza. Potrebbe accadere, in ogni caso? Direi di no, non ora, almeno. Troppo strano difatti -o come minimo irritante- il loro ottimale affastellamento di generi, nessuno in particolare, tutti in generale.
Si prenda ad esempio l'album Rip down & seee, ottava fatica, undici brani tra l'isteria da calo, il giubilio estatico e l'oblio eleusino. Solchi dove la pedo-psichedelia polincensata dei West Coast Pop Art Experimental Band finisce a copulare senza fronzoli con le maglie ritmiche serrate dei Joy Division, se non dei New Order, e -questa è la vera stranezza- non ce ne si sorprende, tanto è passionale l'amplesso, tanto son naturali le movenze. Le voci pure arrivano da quell'altro mondo, quello dell'Inghilterra nera e scura di fine anni 70, mentre le chitarre -quando non sono byrdsiane dodyci corde- scavano in un passato prossimo fatto di malinconie torbide e pop da cameretta. Un gioco di tolleranza e autoindulgenza che consisteva (consiste) nell'osservarsi con meticolosa paranoia la punta delle scarpe, fino a vedervi affiorare cicciuti insetti rossi. E quando il gioco prendeva (prende) troppo spazio, basta spostare gli occhi -lentamente- verso il pavimento. I Sitar End Factory sembrano incuranti di scherzare con un fuoco che morde, forse perchè sanno che anche il fuoco è una stupida invenzione dei media: e, ad ogni modo, ad un poster di Daydream Nation appeso sopra la testata del letto e ad un altare di Gesù e Maria Catena nel sottoscala sono affidate come da copione tutte le rutilanti redenzioni del caso: passare indenni attraverso i secoli, disegnando nel cielo una parabola atea di tumefatta meraviglia. Sembra assurdo? Tutto l'indie contemporaneo è un paradosso dopotutto: mille album come tessere colorate del cubo di Rubik montante sullo scheletro d'un cubo di Necker, in equilibrio su un triangolo di Penrose. Rip down & seee è solo uno di questi mille LP, forse uno dei migliori, o perlomeno quello più farneticante (o completo). Quando mai infatti l'emicrania è apparsa così languida e consolatoria come dopo la coda dal generoso sbriciolaggio di "Simply sampling"? Quando mai la psico-dolcezza ha saputo arricchirsi di corni francesi e ugole corali fino ad un parossismo di Perfette Armonie Distorte come in "Pleasure tortuga's head"? Quando i magoni del sabato pomeriggio di corganiana intensità hanno odorato così sfrontatamente di patchouli, come in "Stay ahead"? E, infine, quanto sarebbe stato semplice far scappare in una banale autostrada stoner la galoppante furia di "Rainbow damage", piuttosto che tenerla al guinzaglio in uno di quei vicoli folk pieni di alprazolam e vecchie finestre sfondate? I Sitar End Factory sono l'elegante anello che unisce un secolo di controcultura, dai cannoni agli spilloni, dal sangue alla float-coke: è un circolo vizioso, viziato, son note che ti accarezzano con un guanto foderato di ortichette, che ti picchiano con un fiore fino a ridurti in coma.

Tracklist:
1- Raul MacPartney is dead, miss him
2- The great cosmic bottle
3- Scratching peace symbols on a president's face
4- Simply sampling
5- Eight legged dreams
6- Pleasure tortuga's head
7- One red telephone (on september)
8- Stay ahead
9- Rainbow damage
10- Layered pavements
11- F.R.I.E.D.–25